The river: quando il paranormale diventa troppo normale

Il giorno in cui Oren Peli, regista di Paranormal activity, e Steven Spielberg decidono di creare qualcosa insieme il risultato è The river, serie tv composta da 8 episodi e trasmessa dall’americana ABC nel febbraio 2012. In Italia la distribuzione è affidata a Sky, che sta trasmettendo la serie dal primo marzo, su Sky Uno.

Si trasporta sul piccolo schermo il genere falso documetario, proprio di film come The blair witch project o, appunto, Paranormal activity; caratteristica principale sono le riprese con telecamera a spalla o fissa, che in varie occasioni risultano essere l’unica vera fonte di inquietudine presente nella storia, la quale dovrebbe trattare il “solito” paranormale in chiave più avventurosa.

Il ricercatore Emmet Cole (Bruce Greenwood), noto per i suoi programmi televisivi naturalistici, è disperso ormai da mesi in Amazzonia e tutto il mondo lo crede deceduto. Una squadra, composta dalla moglie Tess (Leslie Hope), il figlio Lincoln (Joe Anderson) e una troupe documentaristica che filmerà l’impresa, parte alla sua ricerca. A questo gruppo si aggiungono Lena, figlia del cameraman disperso insieme al ricercatore, il meccanico di fiducia di Cole, Emilio Valenzuela, e sua figlia Jahel, che in breve scopriremo dotata di poteri decisamente particolari.
Il gruppo si avventurerà nel verde dell’Amazzonia e dovrà vedersela con gli spiriti che popolano la Boiuna, zona sconosciuta e inesplorata del Rio delle Amazzoni.

Ultimamente Spielberg non ha naso per le serie tv (ricordiamo il recentissimo flop di Terra Nova), The river infatti ha molto di Lost, forse troppo: il verde, gli spiriti che si sentono ma non si vedono, le sparizioni o morti misteriose, la magia intrinseca del luogo e persino le canottiere sudate dei protagonisti. Ogni episodio inizia e finisce raccontandoci una leggenda diversa, e ci avvicina sempre di più ad Emmet.

Si passa però troppo velocemente dalla possessione demoniaca alla tranquillità assoluta, i personaggi si fanno poche domande e di conseguenza a noi concedono poche risposte.
Interessante è invece il percorso a ritroso, per mezzo di alcuni flashback, che ci permette di indagare il particolare rapporto padre/figlio, il forte legame avuto quando Lincoln era ancora bambino e il successivo allontanamento.
Un plauso va a Joe Anderson, forse ancora poco conosciuto ma dotato di una speciale intensità e di una carica espressiva non indifferente.

La ABC non sembra interessata a finanziare una seconda stagione della serie, e gli ascolti televisivi spiegano bene il perché.

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