Gotye e il suo camaleontico Making Mirrors

Avete presente quando si ha bisogno di scoprire qualche nuovo artista in ambito musicale? Ecco. Giorni fa mi sono fatta prendere dalla ricerca compulsiva su Youtube di band a me sconosciute. Ho ottenuto qualche risultato positivo, ma non era abbastanza. Avevo bisogno di qualcosa di diverso, di originale. Così, per caso, mentre ero sintonizzata su BBC Radio 6, mi è capitato di sentire questo pezzo: 

Somebody that I used to Know possiede le tre “I”: è un brano intimo, intenso e insolito, nato dalla collaborazione di Wouter “Wally” De Backer a.k.a Gotye, cantautore e musicista pluristrumentista nato in Belgio ma residente in Australia da quando aveva due anni, e la sua connazionale Kimbra. Parla di un amore appena iniziato e interrotto al principio perché una delle due parti era poco coinvolta nella relazione. Però non vuole far finta di niente, continua a desiderare la vicinanza dell’altra persona, che invece ha deciso di chiudere i battenti. 

E’ una delle creazioni contenute nell’ultimo album di Gotye, Making Mirrors (il quale è preceduto da Boardface del 2003 e Like Drawing Blood del 2006), auto-prodotto dallo stesso artista e pubblicato nell’Agosto del 2011 dall’etichetta Eleven.

Ad aprire l’album con atmosfere da sogno (grazie anche alla presenza secondaria delle arpe) è la breve Making Mirrors. Ci fa quasi capire che Gotye dorme poco. Crede di aver trovato la porta che lo può trascinare dappertutto, per poi scoprire di essere soltanto un fabbricante di specchi. 

Subito dopo troviamo Easy way out: è un pezzo rock, con delle tonalità un po’ garage che a momenti riporta alla mente brani dei Rolling Stones. Sembra una riflessione su alcune parti della sua personalità. Sta cercando una via d’uscita alle voci che circolano nella sua testa.

Il terzo brano è Somebody that I used to know, di cui ho già parlato precedentemente, a cui segue Eyes wide open. Il suo ritmo frenetico mi fa pensare ad una corsa in auto in piena estate con i finestrini ben aperti; sia il guidatore che il passeggero al suo fianco disegnano corpi estranei ondeggiando le mani nel vento. Bruciano il loro passato e insieme fluttuano nella stessa illusoria dimensione. 

Lo stampo soul e old fashioned dal punto di vista strumentale comincia a farsi sentire con Smoke and Mirrors. Parla di qualcuno che porta sempre una maschera, che cerca di intrattenere ogni sera una particolare schiera di persone; è una persona sicura di sé, che parla degli alti e bassi della sua vita come se fosse in uno show. Il tutto sembra essere circondato da un echeggiato “(Mother) Are you watching?”. Parlerà di qualcuno della sua famiglia? 

Con I feel better ci fa sentire sia un sound che una voce completamente trasformati e realizzati in un’atmosfera soul. L’anima del cantante abbraccia la sua ripresa. Non più triste ma raggiante, ci fa capire di stare meglio di prima. 

In your light mantiene un po’ di brio e lo contorna di trombe, chitarre, xilofoni e scampanellii. La sua voce continua ad essere forte e ben mantenuta. La soluzione alle voci nella sua testa sembra essere una lei, che con il suo sorriso fa sparire la realtà che lo stava disturbando. 

State of the Art è da interpretare come una pausa al resto dell’album. E’ diverso dagli altri brani per la sua natura reggae/dubstep in cui la voce è interamente computerizzata. Il cantautore vi consiglia questo: se non avete voglia di uscire, organizzate una sorta di festa, invitate tutti i vicini e date inizio al bossa nova e al limbo dal salotto alla cucina.

In Don’t worry we’ll be watching you, riemergono i cori, quasi ad essere parte di un suo tratto caratteristico e ricorrente. E’ un pezzo elettronico, a tratti dubstep, che parla di qualcuno che si è perso e non riesce a mantener viva la fede; i suoi amici gli ricordano che nonostante se ne stia andando, saranno sempre disposti a prendersi cura di lui. 

Giving me a chance è quella che chiamerei un’ “apology”. La rilassatezza e la sincera armonia della sua voce coinvolgono il destinatario a restare immobile nella decisione se perdonare o meno l’altro, che gli dichiara di sapere di averlo deluso anche se era l’ultima cosa che voleva. L’ultimo suo pensiero era quello di aver fatto qualcosa di sbagliato, ma chiunque desidera avere la possibilità di venire perdonato. 

Save me è un pezzo molto orecchiabile, pop elettronico, in cui ci vuole parlare di un nitido ricordo del passato. Riguarda quella lei, presumibilmente la stessa di cui parla nelle precedenti canzoni, che gli ha dato la forza di alzarsi quando non riusciva ad aiutare se stesso. 

E’ poi tempo per Bronte, l’ultima traccia dell’album; sembra quasi di addentrarsi in una foresta, con lo zainetto in spalla, e sentirsi pronti ad ascoltare una triste storia, quella di un amico che soffre. Con il suo dolce canto gli sussurra che sia lui, che gli altri, gli staranno vicino e che continueranno a sentire l’eco della sua voce. 

Tracklist:

No. Titolo Durata
1. “Making Mirrors”   1:01
2. “Easy Way Out”   1:57
3. “Somebody that I used to know” (featuring Kimbra) 4:04
4. “Eyes wide open”   3:11
5. “Smoke and Mirrors”   5:13
6. “I Feel Better”   3:18
7. “In Your Light”   4:39
8. “State of the Art”   5:22
9. “Don’t Worry, We’ll Be Watching You”   3:18
10. “Giving Me a Chance”   3:07
11. “Save Me”   3:53
12. “Bronte”   3:18
Il lavoro di Gotye riguarda soprattutto la riflessione, il guardare se stessi allo specchio, ma anche il modo di fare luce alle cose che ci circondano. Con le sue canzoni cerca di dar voce ai ricordi e alle emozioni, e sopratutto di combattere la depressione che si è impadronita di lui durante la registrazione dell’album.
Questo giovane artista trentunenne, ci fa capire come la musica sia la cura alla maggior parte dei mali. Anche quando stiamo affogando, lei è lì a tenderci la mano e a farci di nuovo respirare. 
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