Al cinema: Shame.

L’ultimo film della coppia Steve McQueenMichael Fassbender (già insieme nel 2008 per Hunger) è diventato una chiacchiera mediatica fin dalla prima presentazione al Festival di Venezia, mesi prima dall’uscita ufficiale nei (pochi) cinema. E sembra che lo sia diventato sopratutto e solo per una “caratteristica fisica” dell’attore protagonista; perfino George Clooney ha apprezzato con una battuta, forse con un po’ di coda di paglia, per aver vinto il Golden Globe al posto del favorito Fassbender.
Ma non fatevi ingannare dalle voci e dal rating del film – vietato ai minori di 14 anni in Italia, addiritura classificato NC-17 negli USA. Shame non è un porno o solo un film erotico, come molti credono, ma è semplicemente un film che racconta una realtà, che magari viene nascosta e di cui non si parla, ma è pur sempre una realtà. Uomini come Brandon, il nostro protagonista, esistono e probabilmente si nascondono. Shame vi farà ridere non proprio di cuore, ma sarà più una risata amara per quanto la storia del protagonista sia triste. E, grazie anche ad una colonna sonora importante, vi farà commuovere, piangere, arrabbiare, emozionare…
(Per i più curiosi, lo so che aspettate il famoso “terzo protagonista”… E’ nei primi 5 minuti in bella vista, quindi da lì in poi potrete veramente focalizzarvi sul film senza distrazioni. Più o meno.)

Brandon Sullivan vive da solo, nel suo semplice ma ricco appartamento di New York, ed è un uomo di successo nell’azienda dove lavora. Migliore amico del suo capo, si ritrova a vivere tra meeting con altri uomini, manager di successo, e party nei locali a suon di caviale e champagne o semplici locali da rimorchio ma sempre con classe, dove non manca di sedurre donne altrettanto seducenti e consenzienti ad una notte di passione.
Ma ecco il problema: una sola notte o un solo rapporto con la stessa persona. Questo è tutto ciò che Brandon si concede nella sua triste e monotona vita. Perchè lui è un sex-addicted, un dipendente dal sesso.
Ciò non vuol dire che sia un maniaco sessuale, anche se per certi lati potrebbe ricordarlo. Non fa nessuna avance illecita in ufficio, si limita solo a fissare le donne in metropolitana… e queste di certo non lo aiutano con il suo problema, stando al gioco.
Il momento che ci può far capire a quale livello autodistruttivo sia la sua dipendenza possiamo dire quasi per certo sia quando il suo computer aziendale viene preso dai tecnici per la presenza di un virus, per un paio di giorni. Brandon appare subito impaziente di riaverlo, ogni giorno chiede dove sia il suo maledetto computer. Quando finalmente l’oggetto tanto bramato riappare nel suo ufficio, il suo capo/amico lo chiama nel proprio, per dirgli che il suo hard disk era pieno di vagonate di video porno, foto ed esempi di qualsiasi pratica sessuale estrema e non. Il nostro Brandon si salva in qualche modo da questa bella figura, ma noi in quel momento siamo in grado di vedere la sua disperazione. Sappiamo di cosa ha bisogno giornalmente nella sua vita. Ed oltre al porno non dimentichiamo le prostitute, gli incontri casuali e gli appuntamenti online in webcam… Il tutto condito da sfoghi solitari nel bagno di casa o dell’ufficio.
Brandon  non riesce ad avere un vero rapporto con una donna, i suoi tentativi di avere una relazione normale falliscono miseramente in situazioni imbarazzanti, per colpa della sua frustrazione e della sua inadeguatezza.

Questo è stato decisamente il lavoro più duro che abbia mai fatto. Di solito riesco a scrollarmi di dosso un personaggio, ma non potevo scrollarmi di dosso Brandon.” Dice Fassbender in un’intervista sul W Magazine. “Non aveva nessun piacere sensuale nella sua vita, e dato che abbiamo girato il film così velocemente, ho ritrovato me stesso a vivere nella sua pelle. Tenerlo vicino a me era spossante, freddo, orribile. In quanto Brandon, non mangiavo mai. Aveva un contenitore di cibo cinese nel frigo. Tutto quel sesso e non aveva nessun piacere. Quel triste contenitore di noodles ti dice più cose riguardo Brandon della sua nudità.

La vita di Brandon però diventa ancora più difficile quando nel suo appartamento arriva la sorella, Sissy (Carey Mulligan), e ciò sconvolgerà i ritmi e gli appuntamenti giornalieri, mettendo a dura prova la sua pazienza e la sua ossessione.
Sissy è il completo opposto di Brandon: senza una fissa dimora, viaggia di città in città lavorando come cantante nei locali, è fin troppo sensibile e si butta a capofitto in relazioni autodistruttive. Tutto ciò che le serve per tirarsi su dalle situazioni difficili è la presenza del fratello che, a detta sua, se lei non si fa sentire, lui sparisce e non la cerca mai.

Capiamo subito che Brandon quindi non è l’unico ad avere problemi e che il loro è un rapporto strano, di amore e odio, con litigi e abbracci, insulti e ringraziamenti. Sissy è la più bisognosa d’affetto e dipendente da lui, Brandon è il più distaccato e non vede l’ora di buttarla fuori dal suo appartamento, ma non può fare a meno di lasciarle il suo divano a tempo indeterminato, perchè nonostante tutto è sua sorella e le vuole bene.

L’aspetto strano di Shame, e forse il più criticato e negativo, è il fatto che la storia non spieghi nulla sul passato o sul resto della famiglia Sullivan. Ogni tanto ci vengono dati degli indizi da loro stessi, come il fatto che l’unica vera relazione di Brandon sia stata di 4 mesi e non creda nel matrimonio (avevamo dubbi?) e Sissy invece ci fa sapere che da piccola si “annoiava” molto, a giudicare dagli svariati tagli sulle braccia. Ma oltre questo, i due fratelli non hanno una storia chiara.
Tutto viene lasciato alla nostra immaginazione, non dando nemmeno un’idea di cosa i due personaggi abbiano affrontato in passato. È come se ci ritrovassimo in un periodo di tempo qualunque nella loro vita che inizia e finisce con il film: un paio di settimane, un mese… È come se McQueen ci lasciasse nel suo film così: “ecco, questo è un mese nella vita di Brandon e Sissy Sullivan, due fratelli qualunque a New York. Fatevi un giro.”
Cosa è successo prima e cosa succederà dopo non ci è dato sapere, anche se possiamo immaginarlo dal lento cambiamento e dalle vicessitudini dei due durante il film.

E’ un film ambiguo e non solo per le sessioni di sesso singolo, plurimo o promiscuo praticate da Brandon, ma anche per il rapporto tra i due fratelli. Il regista tiene lo spettatore perennemente sul filo del dubbio e ci ritroveremo a chiederci se quello che immaginiamo sia giusto o sbagliato, se accadrà o meno, finchè nel finale ci accorgeremo che non è importante. Perchè staremo in ansia, impauriti, emozionati, affezionati ormai a questi due fratelli pieni di problemi che si intromettono a vicenda nelle proprie vite e se le cambiano involontariamente.

Quindi, ripeto, non fatevi ingannare dalle chiacchiere di corridoio. Shame è un film drammatico che merita tutti i premi ricevuti, vinti quasi tutti da Michael Fassbender come migliore attore, compresa la Coppa Volpi a Venezia, che potrebbe ancora aggiudicarsi un Bafta, anche se ingiustamente ignorato agli Oscar. Deve avere un debole per questo genere di film, che però mostrano il grande attore che è. Perchè anche questo è un film che odierete o amerete, in quanto verrete risucchiati in un mondo poco conosciuto e pieno di imbarazzo e vergogna, difficile da dimenticare.

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Un commento su “Al cinema: Shame.

  1. Secondo me il problema maggiore di Shame è che ha avuto poca pubblicità. Come giustamente hai precisato, è un film DRAMMATICO. La gente che era in sala consapevole di questo non raggiungeva la metà, molti credevano di trovarsi davanti un po’ di intrattenimento che trattasse sex addiction.
    Ma Shame non intrattiene. Shame ti trascina nella mente di Brandon, e se non sei preparato ad accoglierlo non ne cogli le sfumature.
    I suoi comportamenti superficiali così precisi e regolari, apparentemente normali, non sono che la superficie di una mente in cui regna il caos. Brandon non è padrone di sé: delle sue azioni, dei suoi sentimenti.
    E questo – lo intuiamo – dipende da qualche trauma infantile. Che però volutamente, non viene spiegato. Ed è una scelta forte, perché il regista non sta cercando di giustificare Brandon, o di scusarlo. E al contempo vuole però sottolineare quanto il percorso che egli ha intrapreso non sia altro che un disperato tentativo di fuga, sta fuggendo dal passato, dal dolore. E sua sorella Sissy è come lui, cerca una via di fuga dal passato disperatamente, fino all’estremo del finale.
    Un finale aperto che a mio parere non lascia presagire nulla di buono. Sembra dire: è questa la tua chance, Brandon. Coglila. Coglila perché non ce ne sarà un’altra.
    E il fatto che si parli di questo film soprattutto in relazione al “terzo protagonista” (questa era fantastica) è pazzesco, considerato quanto si appropri completamente dello schermo il primo protagonista, ovvero l’incredibile espressività di Fassbender.
    Che l’Academy abbia paura dei film forti non è un mistero, perciò non credevo davvero nell’Oscar, ma privare il Fassy della nomination è stato un vero furto.
    Non c’è una prova che l’ha superato, quest’anno, anche se ammetto di non aver visto Paradiso Amaro perciò chissà.. Molte altre nomination erano risparmiabilissime.
    Fassbender è stato pazzesco, convincente come non mi sarei aspettata. Ha davvero una fisicità eccezionale nel recitare, che era quello che serviva per questo film.
    E poi – scusami – ma io sono innamorata di McQueen. Secondo me è geniale. Cioè già mi aveva stregato con Hunger, ma con Shame.. Il suo modo di usare la macchina da presa è eccezionale. Quella sequenza del jogging mi ha tolto il fiato. E il montaggio finale, quello della notte in cui Brandon tocca il fondo.. non sapevo cosa fare con tutti quei brividi. Ha vinto un abbonamento perpetuo ad ogni suo film da parte mia, dovesse scritturare Boldi e De Sica, sarei comunque al cinema impaziente.

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