Bon Iver, Bon Iver, secondo me.

Il bello di Dicembre è che tutti ci trasformiamo un po’ in Rob di High Fedelity e ci sentiamo legittimati, consciamente o no, a stilare elenchi di tutte le cose che ci hanno circondato durante l’anno: momenti, viaggi, gatti, pettinature, pasti caldi… Insomma, le classifiche del Miglior Qualsiasi Cosa Duemilaeccetera si sprecano, e soprattutto, se si è ossessionati di musica, come Rob, quelle riguardanti i nuovi album. La mania del bilancio compulsivo colpisce web, tv, radio, e immancabilmente, s’insuinua come un tarlo nei nostri cervelli. Così non possiamo fare altro che compilare, anche noi, l’ennesima classifica delle migliori uscite discografiche dell’anno con una solennità tale da far invidiare persino il Padre Eterno.

Quindi, con questa stessa solennità, e tagliando corto, vi dico che per me il Miglior Album 2011 è (rullo di tamburi):

Bon Iver, Bon Iver

Ma non sono sola, questo disco ce lo ritroviamo nella maggior parte dei bilanci musicali di fine 2011. Ad esempio, su Amazon, Spin, Mojo, Rumore, Moby Dick ed anche sulla Bibbia dell’hipster, Pitchfork e dal suo readers poll, in cui, paradossalmente, troviamo Bon Iver, Bon Iver al primo posto sia dei migliori dischi 2011, sia dei Dischi più sopravvalutati del 2011. Ma, in fondo, Justin Vernon ha spiazzato un po’ tutti col successo che si è guadagnato in questi ultimi anni. Infatti dopo l’esordio di questo progetto, For Emma, Forever ago, registrato in solitaria con la sua chitarra ( la leggenda narra, nella baita di suo padre a Eau Claire nel Wisconsin, riprendendosi dalla mononucleosi, dall’ infezione al fegato e dalla rottura con l’ex e con la sua band), succedono cose strane, come le date sold out, una collaborazione con Kanye West e una con St. Vincent per la colonna sonora di New Moon, il passaggio delle sue canzoni in almeno 7 serie televisive, e dopo l’uscita del secondo album, ancora più strane: 4 nomination ai Grammy, la proclamazione del Bon Iver Day in Milwaukee e a Eau Clair, e la pubblicazione, a sei mesi dall’uscita del disco, di una sua versione Deluxe. Ovvero, il peggior incubo di ogni hipster che si rispetti.

Ma Justin resta lo stesso uomo barbuto con la voce in falsetto che abbiamo conosciuto con For Emma, Forever ago, solo che prende coscienza dei suoi mezzi e dà libero sfogo alle ambizioni e alla sperimentazione: chiama alcuni dei suoi musicisti preferiti a partecipare al suo secondo lavoro e Bon Iver, che già durante il tour aveva incrementato i suoi componenti, diventa una vera e propria band. Iniziano a registrare, sempre nel Wisconsin, in un ex studio veterinario, adibito a studio di registrazione, a cui daranno il nome di “April Base”. Sin da subito si capisce che sarà un’opera più strutturata rispetto alla precedente. Il suono scarno chitarra e voce non riesce più ad ispirare Vernon, così cerca di costruire un intreccio di suoni. All’esatto opposto di For Emma, si avvale di un’infinità di elementi: doppia batteria, Korg M1, il sax di Colin Steston, chitarre di ogni tipo, corni francesi, banjo, sintetizzatori, drum machine, violini. Alla solitudine e all’alienazione del primo disco, viene contrapposta una pluralità sia di membri attivi al progetto, sia di strumentazione, e sin dalla copertina è subito evidente l’esistenza di un mondo fuori da quella finestra ghiacciata, e si possono valutare pure altre stagioni oltre l’inverno. Anche la tracklist suggerisce l’esplorazione del mondo esterno: le canzoni hanno quasi tutte come titolo un nome di città. Ma non lasciamoci ingannare dalle apparenze. Tornando alla copertina, infatti, notiamo che non si tratta di un semplice paesaggio. La fantastica opera tridimensionale dell’artista Gregory Euclide, rappresenta un luogo complesso, stratificato, che passa dalla più verde vegetazione e candide zone innevate a lacerazioni sanguinolente; e la presenza della casetta bianca raffigurata proprio al centro ci riporta un po’ all’isolamento del primo album. Inoltre la tracklist, è, sì, un elenco di luoghi e nomi di città, ma non tutte sono città reali ( Hinnom, tx; Minnesota, Wi). Il risultato, però, non è certo un disco meno introspettivo e intimo, anzi, suona più come un viaggio attraverso la propria memoria, i sogni, l’infanzia, attraverso atmosfere più che paesaggi. E’ un album che ti prende per mano e ti accompagna attraverso una geografia tutta sua, sempre al confine tra realtà e fantasia. Esattamente come nei testi che mischiano parole atte ad evocare sensazioni, parole usate più per il suono che per il significato in sé, e riferimenti a fatti e cose della vita concreta. Un viaggio surreale che, invece di portare risposte, finisce con ancora altre domande, perché, infatti, Beth/Rest, l’ultima traccia, è una traccia destabilizzante, è un synth-pop anni 80 di cui non si può finire l’ascolto senza perplessità. Se per tutto il disco avevamo più o meno un’idea di dove stesse portando la via della sperimentazione, alla fine siamo costretti a ricalcolare come un tomtom che perde il segnale. Ma è questo che fanno i grandi album: ci tolgono le certezze.

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